La vita degli altri – di Magdi Allam

La vittoria sull’alcol di Abdul, Sasha e Saman.

Abdul, Sasha e Saman sono i protagonisti di tre storie di immigrati sfortunati salvati dall’Inferno dell’alcol e dell’emarginazione da un nucleo di sei volontari dell’Unità mobile di pronto soccorso sociale (Umpis) che opera a Napoli.

Abdul arrivò clandestinamente dal Marocco circa dieci anni fa. Era uno studente in Matematica. Senza lavoro, privo di documenti, dormiva per strada e un po’ alla volta si stava spegnendo sotto le grinfie dell’alcol. Quando per la prima volta viene identificato dal camper dell’Umpis, con a bordo il medico Graziella Lussu, la sociologa Rosa Franco, gli operatori Alberto Esposito, Mario Rimoli e Elio Vellusi (a cui si aggiungerà Mario Cavallaro, un italiano convertito all’islam che grazie alla sua conoscenza dell’arabo funge da mediatore culturale), Abdul sembrava del tutto irrecuperabile. La speranza si accende soltanto il giorno in cui lo stesso Abdul segnala la voglia di uscir fuori dalla piaga dell’alcolismo e della depressione. Una prima difficoltà per il suo inserimento in una comunità di recupero era l’assenza di documenti. Alla fine si riuscì ugualmente ad ospitarlo nella comunità “In Dialogo” di Trevigliano (Frosinone) gestita da Don Matteo. Abdul ce l’ha fatta al punto che è rimasto all’interno della comunità divenendone uno degli animatori.

Sasha, cittadino francese di origini russe, che oggi ha 59 anni, era arrivato in Italia con una compagnia russa di danza classica. Decise di fermarsi per mettersi in proprio, ma dopo diverse vicissitudini è rimasto senza lavoro. Da quel momento la sua vita ha conosciuto un rapido declino economico fino a diventare un senza fissa dimora. L’abitudine all’alcool ha minato fortemente la sua salute e più di una volta è stato ricoverato d’urgenza negli ospedali della città. Gli operatori dell’Umpis, un’iniziativa del Centro di Solidarietà Francescana della Parrocchia di S. Gennaro alla Solfatara di Pozzuoli, l’hanno seguito e sostenuto ogni volta che giurava a se stesso che avrebbe smesso di bere, anche se ogni volta immancabilmente ricadeva. Alla fine Sasha ha deciso di entrare in una comunità di accoglienza per le tossicodipendenze. Ancor prima di completare il programma di recupero, è andato in Francia ospite di un fratello. Ora passa il tempo accudendo i suoi nipoti.

Saman, un cingalese di circa quarant’anni, arrivò in Italia due anni fa attratto da un’ingannevole promessa di un alto stipendio. Dopo aver inutilmente tentato di sbarcare il lunario a Milano dove lavorava in un’impresa di pulizie in cambio di 800 mila lire al mese, decide di partire per Napoli. Qui non trova lavoro. Viene ospitato dalle Suore di Madre Teresa di Calcutta, poi finisce sui marciapiedi dove comincia la sua disavventura da alcolizzato. Un mese fa le sue condizioni fisiche erano talmente pietose che non riusciva più a camminare. Quando finalmente Saman ha espresso la volontà di disintossicarsi, è stato trasferito dall’Umpis nella comunità di Trevigliano. Ora, in compagnia di un altro ospite della comunità, un indiano che ha ormai superato definitivamente i suoi problemi legati all’alcolismo, Saman sta iniziando il suo inserimento sociale.

Abdul, Sasha e Saman ce l’hanno fatta. Ma altri immigrati meno fortunati e ancor più fragili si spengono definitivamente sui marciapiedi delle nostre città tra l’indifferenza generale e nel più assoluto incognito. Di loro nessuno saprà mai nulla.

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